Giardini privati

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“Nessuno ha compreso la sofferenza esistenziale davanti alla distruzione del paesaggio meglio di un grande poeta italiano e veneto, Andrea Zanzotto. Per lui, <il paesaggio
è trovarsi davanti a una grande offerta, a un immenso donativo, che corrisponde all’ampiezza dell’orizzonte. È come il respiro stesso della psiche, che imploderebbe in
se stessa se non avesse questo riscontro>. Proprio per questo, <un bel paesaggio una volta distrutto non torna più, e se durante la guerra c’erano i campi di sterminio,
adesso siamo arrivati allo sterminio dei campi: fatti che, apparentemente distanti fra loro, dipendono tuttavia dalla stessa mentalità>. La violenza sul paesaggio, suggerisce
Zanzotto, è il rovescio e l’identico della guerra, della violenza dell’uomo sull’uomo: esprime energia e vitalità (talora proprio per reagire alla guerra), ma lo fa provocando
nuove distruzioni. Si fa in nome della vita, ma sotto il segno della morte.”

Salvatore Settis, Paesaggio costituzione cemento

 

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Giardini privati. Privati sono i giardini compresi entro i limiti di una proprietà. Privati, mutilati, gli alberi e i cespugli che negli stessi giardini subiscono drastiche lacerazioni. Il lavoro di Chiara Ferrin, a partire dal titolo, procede per abbinamento e contrapposizione. Abbinate sono le fotografie, scattate allo stesso luogo e dalla stessa angolazione, presentate in dittico e disposte secondo una sequenza cronologica, ante e post potatura, costruita nel rispetto dei criteri adottati dalla fotografia contemporanea e dall’arte visiva in generale. Contrapposte ai dittici, sono invece le immagini singole e di formato differente, scattate in un bosco spontaneo nato nella periferia urbana, bosco che “resiste” e si rinnova senza alcun bisogno di intervento, circoscrivibile solo dal perimetro di una fotografia. Scrive Santiago Beruete in Giardinosofia. Una storia filosofica del giardino: «[…] non ci sono giardini senza bordi. Sin dalle sue più remote origini, il giardino è stato inteso come uno spazio recintato, delimitato, separato dalla natura silvestre, poco importa se da mura di pietra, incannucciati, palizzate, staccionate o segni simbolici». Il taglio spaziale consustanziale alla fotografia che fatalmente e razionalmente trasforma in una sorta di hortus conclusus un ambiente che vorrebbe sfuggire a qualsiasi recinzione e il taglio sovente sconsiderato delle piante da ornamento, convergono nei margini questa serie per porre un sigillo sulla nostra ineluttabile condizione. Quella di esseri umani che, ormai (auto)fagocitati dalla tensione all’antropocentrismo e all’antropizzazione, hanno decretato la propria schizofrenica estromissione dall’ecosistema globale. Ecosistema da cui proveniamo, a cui apparteniamo e a cui potremmo (forse) affidare la nostra sopravvivenza.

Laura Manione

 

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“Chiusi dentro a recinzioni che proteggono da sguardi indiscreti, considerati puro ornamento, su di loro come una scure si abbatte l’uomo, sempre più abituato a considerare gli alberi del proprio giardino come una proprietà privata, sulla quale esercitare tutto il proprio potere. La natura, quella spontanea e ribelle, non è previsto che si esprima liberamente al di qua della rete, quindi va domata, repressa, mutilata. Ciò che di vitale possiede e ci dona un albero non sembra interessare.
E’ altrove, dove l’uomo non interviene più, che la natura compie la sua rivoluzione e si riproduce, sfidandoci.
Chiara Ferrin

 

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