Density

Volti ammalianti e nature suggestive emergono con disinvoltura dalla tela di Fabio Modica. Attraverso una densa materia pittorica, l’artista riesce ad esaltare i tratti salienti dei suoi soggetti; la sua è una composizione apparentemente irrazionale che trova consapevolezza nell’eccelso cromatismo delle larghe e frammentarie, ma mai casuali, pennellate. Fabio indaga la complessità dell’individuo: al centro della sua ricerca c’è l’uomo con le sue inquietudini e contraddizioni, i suoi occhi sprigionano quei sentimenti contrastanti che accompagnano l’essere umano per tutta la vita. L’artista oltrepassa la barriera che ognuno crea a tutela dei propri sentimenti e cerca di trasmettere con forza tutto quel bagaglio emotivo abilmente custodito. In Density i soggetti sembrano quasi fuoriuscire dalla tela grazie allo spatolato grumoso e ai colori intensi e pastosi. Si instaura un dialogo puro e incontaminato con le opere: esse dettano fin dal principio le linee di osservazione, guidano lo sguardo e lo educano a destreggiarsi tra la moltitudine di pennellate e spatolate che compongono le figure. E infine il colore, che carica le immagini di un’emotività disarmante immergendo lo spettatore in uno stato di consapevolezza e autocoscienza.

Eviternity

“L’arte, in ogni sua manifestazione, è uno degli ambiti dell’esistenza umana che puó portare l’uomo ad avvicinarsi alla comprensione dei meccanismi della creazione. Attraverso questa, l’essere umano, corruttibile, imperfetto, transitorio, mutevole, puó sentirsi coinvolto per qualche istante in questo miracolo ed entrare nella dimensione dell’infinito.
In ogni esperienza pittorica cerco il trascendente, cerco di ”toccarlo”. È la continua ricerca di questa dimensione che spinge ogni autentico artista a creare, ed è divenuta fondamentale nella mia esistenza.
Eviternity è un tema che mi ha sempre affascinato, come tutte le raffigurazioni di atmosfere metafisiche o surrealistiche che si sono susseguite nella storia dell’arte.
Rappresenta per il cristianesimo la realtà intermedia, o stato intermedio, tra il tempo e l’eternità, entro la quale un’anima, abbandonato il tempo relativo, può scegliere fra la comunione con l’assoluto e la liberazione verso lo spirito in un atto d’amore incondizionato o insistere sull’attaccamento alla materia. Rifiutando coscientemente la comunione con il divino persiste quindi in un’esistenza fatta di sofferenza, a causa dell’orgoglio e della superbia, che agisce e spinge alla falsa illusione di libertà.
Nel buddismo e nell’induismo è invece intesa come stato intermedio fra la morte e la successiva reincarnazione, fra il sonno profondo e la veglia, in cui la legge del Karma è determinante per stabilire le condizioni della nuova rinascita.
I soggetti di questa mia serie si trovano quindi in una dimensione onirica, sospesi fra due mondi, fra l’essere e il non essere, fra il tempo e l’eternità, dove la contrapposizione fra materia e spirito, fra vita e morte si fa più sottile. Qui lo spazio è soltanto un ricordo, e quello che circonda questi esseri è una proiezione di ció che hanno dentro.
Mi piace però pensare che in questa particolare opera, tale “luogo dello spirito”, o della mente, non sia necessariamente di passaggio, transitorio, con l’implicazione e l’obbligo di una scelta, ma anche un punto di arrivo, un luogo di pace e di riposo, in cui ci si possa finalmente fermare e non dover prendere decisioni di alcun tipo, dove l’amore non ha condizioni e non si richiede che noi facciamo qualcosa per meritarcelo.
Forse siamo qui più vicini a ciò che comunemente si intende per “paradiso” che non al mondo materiale.
In questa figura così frammentaria e non completamente materiale, colgo la consapevolezza di poter essere parte del tutto, un anelito a liberarci dalla materia, da noi stessi, dai limiti del nostro corpo e dal nostro tempo limitato”


Faces

“Provo un’emozione intensa quando qualcosa di riconoscibile, se trattato in maniera realistica, affiora dalla materia grezza grazie ai miei gesti, quando un tassello dopo l’altro comincia a riempire la superficie e sento che sotto le mie mani, tra i granelli e le piccole pietre, i rami, la terra inglobata nella pittura, questo qualcosa prende forma in maniera frammentaria, come nell’atto di aggregarsi grazie alle mie azioni. Ho la sensazione di attivare il processo inverso alla disgregazione che ha consumato le pitture antiche e riportare indietro il tempo. È davvero come dare vita ad una creatura e donarle vita propria, non per mania di onnipotenza o nell’intenzione di sentirsi un dio, è un vero atto d’amore. Sembra di poter percepire, in quegli istanti, una piccolissima parte di ciò che possa aver provato un’entità superiore (di cui noi non siamo in grado di percepire nient’altro se non il risultato del suo lavoro), quando ha creato ogni cosa. In questi momenti per me si realizza quel momento di “Gnosis” di cui mi piace parlare, un grado di consapevolezza superiore, l’esperienza del trascendente che scaturisce da un’azione concreta.
Tutto questo mi succede soprattutto durante la lavorazione su basi molto materiche, e in particolare quando dipingo un volto e comincio a girare intorno all’occhio, avvicinandomi progressivamente, quasi come un predatore che aspetta il momento giusto per attaccare. L’occhio rimane sempre l’ultima cosa da fare per dare vita alla mia opera, lo lascio e lo custodisco gelosamente per la fine. Solo quando tutto il resto è pronto arriva il suo momento. È come un premio, per essere riuscito a fare in modo che l’insieme funzionasse e fosse pronto a sprigionare tutta la sua potenza grazie all’atto finale.
I miei “sguardi” rappresentano nondimeno un invito ad alzare la testa e ricominciare a guardare la gente negli occhi, in una realtà caratterizzata da un crescente isolamento.
Credo che nel mio subconscio vi sia il desiderio di creare per me stesso un soggetto da fissare negli occhi senza timore, senza conflitti interiori, in un momento storico in cui è divenuto più difficile trovare qualcuno che lo faccia. Il che può avere sicuramente un valore terapeutico, visto che il contatto che si realizza attraverso lo sguardo è favorito dal colore che c’è intorno. In tutta la mia serie di ritratti non c’è neanche un volto, e ci sono infiniti volti in uno solo. In ogni mia opera il “realismo” di ogni soggetto è potenziato dall’astratto, e nel caso del ritratto, più esso appare frammentario e dinamico, più si avvicina alla sua vera, mutevole identità. La rappresentazione della “vera” faccia, scaturisce così non tanto dalla definizione dei dettagli, quanto dalla simultanea coesistenza di pieni e vuoti che lasciano all’occhio dello spettatore la possibilità di percepire attivamente la figura, che risulta così non statica ma quasi in continuo movimento nello spazio e nel tempo, grazie alla naturale predisposizione dell’occhio umano a completare le parti mancanti.
È sempre nel perfetto equilibrio tra forze contrapposte, in questo caso tra astratto e figurativo, che si realizza la mia opera d’arte ideale”


Natures

“Questa serie di Nature nasce dal fatto che non mi piace il mondo che ci siamo costruiti intorno, ma come quasi tutti non ho il coraggio di rischiare di perdere le mie comodità e la mia vita, vivendo “Into the wild”. Sono comunque sempre stato affascinato da paesaggi incontaminati, il mio sogno da piccolo era vivere in un bosco, e ancora oggi mi piacerebbe abitare in una casa che contenga una parte di giardino “selvaggio” e con un sottobosco. Quando viaggio mi piace addentrarmi nella natura, e ho quasi il desiderio di perdermi, di non riuscire a ritrovare la via d’uscita che porta in città, e dovermi adattare alle condizioni.
Credo che ognuno di noi è attratto dal viaggio, da un’isola deserta, in un luogo indefinito della terra dove mettersi alla prova e ripercorrere le fasi dell’adattamento dell’uomo. Da piccolo, ad esempio, mi piaceva coltivare, allevare animali e creare per loro un habitat. Mi è sempre piaciuto creare, in un modo o nell’altro, fare in modo che le cose intorno a me, grazie alle mie azioni, le mie forze, il mio ingegno, crescessero e si moltiplicassero.
Credo di vivere la pittura allo stesso modo.
Creare questa trama di alberi, è come creare il mio mondo ideale, entro il quale perdermi felicemente e serenamente, senza rischi, ma lontano dal caos. La scelta del soggetto è anche legata alla tecnica, in quanto la texture che fornisce la sequenza ritmica dei tronchi ben si presta alla mosaicizzazione che amo tanto”


Catanese di nascita e allievo di noti artisti quali Alberto Abate, Antonio Santacroce e Francesco Scialfa, nel tempo abbraccia una prospettiva semi-astratta, nella quale l’amore per le nude linee e i colori sfoca in un agone irrisolto tra l’innata propensione per i linguaggi realistici ed iperrealisti e
l’irresistibile richiamo dell’espressionismo astratto. Tra le sue serie più importanti, Gnosis, individui colti in uno stato epifanico di autoconsapevolezza da cui scaturiscono emozioni in grado di scuotere una consolidata visione del mondo, e Prisoners of Matter, soggetti intrappolati nel mondo materiale, simboleggiato dalla materia pittorica. Modica è stato protagonista di numerosi eventi culturali, mostre personali e collettive nella sua città natale e all’estero. Tra le tante, collabora con la Brick Lane Gallery
e la centralissima Opus Gallery di Covent Garden a Londra. Dal 2013 le opere più imponenti e rappresentative sono esposte presso la Bill Lowe Gallery di Atlanta (USA). Nel 2014 inizia una collaborazione con la SORELLE Gallery, inserendosi nelle due sedi di New Canaan (CT) ed Albany
(New York), con la SCAA Gallery di San Diego, California, la Aberson Exhibits a Tulsa, Oklahoma, e la Studio A Gallery di Catania. Dal 2016, ancora una galleria americana, la Bender Gallery in North Carolina, rappresenta l’artista nelle numerose e prestigiose fiere d’arte statunitensi. Dallo stesso anno, la Simon Bart Gallery di Porto Cervo e la Galleria Arionte di Catania cominciano a promuoverlo ampiamente in Italia.